In un’altra vita, tra i vari ruoli che ho ricoperto, sono stata responsabile di una segreteria aziendale. C’erano cose che avrei potuto far fare ad altri, eppure le tenevo per me, anche quando ero stanca, anche quando non aveva senso in termini di tempo. Non è che non mi fidassi di chi lavorava con me, anzi ricordo con piacere il rapporto umano che si era instaurato; tuttavia, non sapevo come spiegare cosa avevo in testa senza sentirmi strana, troppo precisa, forse pesante.
Meglio farlo da sola, tanto ci metto meno a spiegarlo che a farlo.
Il vero ostacolo, per me, era lasciar andare. Delegare significava affidare a un altro un pezzo di me stessa senza poter controllare come sarebbe andata, e per una abituata a fare tutto da sola e con una leggera tendenza alla mania di controllo, non è un passaggio semplice.
Ho scoperto che lasciar andare diventa possibile solo con la chiarezza
Ci ho messo anni a capire perché lasciar andare mi costava così tanto, e no, non erano le persone che mi circondavano ad essere inadatte. Era il fatto che non avevo mai detto abbastanza chiaramente cosa contava per me, quale per me fosse la definizione di buon lavoro e perché. Senza quella chiarezza, ogni volta che affidavo qualcosa a qualcun altro non sapevo cosa aspettarmi e tutto si riduceva ad un salto nel buio, per quanto mi fidassi.
Quando una collaborazione parte male, si pensa subito a un conflitto interpersonale, a una qualche forma di incompatibilità. Io ritengo che in realtà la questione sia più sottile. A volte chi lavora con te che interpreta un tono diverso da quello che intendevi; altre volte sei tu che dai per scontato che ciò che conta per te (priorità, tempi, modi, aggiornamenti) sia ovvio per tutti e solo dopo settimane scopri che non lo era affatto, perché non lo avevi mai detto in modo chiaro.
Quell’esperienza da dipendente mi ha insegnato il meccanismo di fondo: senza chiarezza, lasciar andare resta un salto nel buio, in qualunque contesto. Ma oggi lavoro in un altro tipo di rapporto, ed è bene dirlo chiaramente: parlo di collaborazione tra professionisti indipendenti, non di gestione di dipendenti.
Non si tratta di dare ordini e verificare l’esecuzione, ma di camminare fianco a fianco con qualcuno che porta la propria autonomia e il proprio metodo. Ed è qui che la chiarezza si fa sentire ancora di più: tra un responsabile e un dipendente, anche senza chiarezza perfetta, la gerarchia in qualche modo aiuta comunque a mantenere le cose sotto controllo, fino ad un certo punto. Tra due professionisti indipendenti quella rete di sicurezza non esiste; la chiarezza reciproca non è un valore aggiunto, è l’unica cosa su cui si regge la collaborazione.
Perché il modo più comune di iniziare non funziona
La tentazione, quando si comincia a collaborare con qualcuno, è passare subito all’operativo: task, scadenze, strumenti. È comprensibile, spesso si cerca un collaboratore solo quando non se ne può più fare a meno. Uno standard purtroppo sempre più diffuso anche fra le aziende.
Tuttavia, ho imparato (a mie spese, ancor prima che con i clienti) che se non condivido prima chi sono, cosa porto di me nel lavoro, cosa considero importante e come preferisco comunicare, ogni piccolo disallineamento diventa più difficile da risolvere dopo. Si accumula in silenzio, finché non esplode in una frustrazione che sembra arrivata dal nulla, ma che in realtà è andata ad accumularsi per settimane.
Una piccola guida per partire con il piede giusto
Con Carlo, prima ancora che con i clienti, ho imparato a mettere per iscritto cose che consideravo scontate su di me. Non un contratto o qualcosa di vincolante. Un documento breve, scritto una volta e scritto alla mia maniera, che condivido con chiunque inizi a lavorare al mio fianco.
Risponde a cinque domande semplici e lo fa non in forma di riassunto del curriculum o delle esperienze lavorative. Non si tratta del solito “quali sono i tuoi pregi, quali sono le tue debolezze”.
Chi sono, nel lavoro?
Non il curriculum, il modo in cui lavoro davvero. Per me, per esempio: sono lenta per scelta, non per pigrizia. Preferisco un passo alla volta fatto bene a dieci cose fatte in fretta.
Cosa è importante per me?
La comunicazione chiara viene prima di tutto. Anche quando è scomoda. Preferisco un dubbio esternato subito a un errore scoperto dopo.
Le altre tre le calibro in base a chi arriva, al progetto, al momento:
Come possiamo facilitare la comunicazione?
Strumenti, orari, modo di aggiornarmi. Io lavoro meglio al mattino, con aggiornamenti brevi e regolari; non ho bisogno di sapere tutto, mi basta sapere che c’è qualcuno che se ne sta occupando con cura.
Quali sono le mie priorità lavorative?
Cosa merita più attenzione, e cosa può aspettare senza danno; cambia da persona a persona, da periodo a periodo. Per me, mentre scrivo questo articolo, un esempio sarebbe: mantenere la coerenza comunicativa è più importante che comunicare a tutti i costi.
Cosa vorrei che tu sapessi di me?
Qualcosa di personale. Per esempio: sto ancora imparando a lasciar andare il controllo. Se all’inizio sembro rigida, non è diffidenza è solo un passaggio nuovo, per una che è abituata a fare tutto da sola.
Cinque risposte, scritte una volta. Non tolgono la fatica di collaborare. Tolgono all’altra persona il compito di indovinare, e lo sostituiscono con qualcosa che si può costruire insieme, fin dal primo giorno.
Cosa cambia, concretamente
Non parlo di collaborazioni perfette, non esistono. Ma quando chi lavora con me sa fin dall’inizio che preferisco la comunicazione diretta alla perfezione formale, o che le mie priorità cambiano in base al momento, non deve scoprirlo con un malinteso. Lo sa già, perché gliel’ho detto, anzi scritto.
Questo non elimina gli attriti. Li rende più rari, e quando arrivano, più facili da attraversare, perché la base di trasparenza è già stata costruita una volta, non va reinventata sotto pressione a ogni nuova collaborazione.
Se ti riconosci in questo
Se stai per iniziare a lavorare con qualcuno (un collaboratore, un fornitore, una persona nuova nel tuo gruppo) prova a scrivere le tue risposte a queste cinque domande, una volta sola. Diventerà il documento che condividerai con chiunque arriverà dopo.
Se ti va di raccontarmi come gestisci tu l’inizio di una collaborazione, scrivimi. Mi piacerebbe confrontarmi. Se invece vuoi capire come lavoro con chi decide di iniziare un percorso con me, trovi qui la pagina di Sileo, oppure scrivimi direttamente per parlarne.